IL BRAINWORKER E IL CAPITALE INTELLETTUALE DELL'IMPRESA

   Chi scrive la storia? Come la storia giunge a compimento? In che modo gli umani non hanno il dovere di ricordare? Quali sono l’insegnamento e la tradizione della memoria? Perché mai la memoria è stata scambiata con la sua negazione, con la commemorazione, con la rimemorazione, con la memorazione, con la reminiscenza? Qual è l’impossibile della memoria? Quale il contingente? Perché nessun tempio può erigersi sulla memoria o in memoria? Perché non c’è più tempio della memoria? In che modo, la memoria non ha luogo?
    Paul Ricoeur, nato nel 1913, scrive un lungo articolo su “Le Monde” del 15 giugno 2000, dal titolo La scrittura della memoria e la rappresentazione del passato. Di primo acchito, sembra non confondere fra la memoria e il ricordo, fra la memoria e il dovere della memoria.

    Voglio dire quanto sia importante non cadere nella trappola del dovere della memoria. Propongo che si dica lavoro della memoria e non dovere della memoria.

    E aggiunge:

    Un documento non è dato, è cercato, costituito, istituito: il termine indica anche tutto ciò che può essere interrogato dallo storico al fine di trovarvi un’informazione sul passato, alla luce di un’ipotesi di spiegazione e di comprensione.

    Il documento. Ovvero, l’insegnamento in atto. Ma l’ipotesi non è la luce. L’ipotesi, come abduzione dell’Altro, apre la strada per la luce, ma non è la luce. E, sopra tutto, un documento non ha da essere interrogato alla luce di un’ipotesi di spiegazione e di comprensione. Paul Ricoeur, con la sua particolare ermeneutica, presume di risolvere l’equivoco attraverso l’interpretazione. Ma l’interpretazione non risolve l’equivoco. L’interpretazione trae alla scrittura dell’equivoco. Sancisce l’equivoco, lo ribadisce, lo conferma. L’articolo prosegue:

    Sta al giudice condannare e punire, e al cittadino militare contro la dimenticanza e anche per l’equità della memoria; allo storico resta il compito di comprendere senza incolpare né discolpare.

   Il compito di comprendere? Spetterebbe allo storico la presa della memoria, la presa di ciò che viene interrogato, la comprensione, il concetto? Questa storiografia ermeneutica s’inscrive nell’ontologia.
    Paul Ricoeur, dove sta la novità? Per altro, sono usciti, presso Gallimard, quattro volumi di Michel Foucault dal titolo Detti e scritti. Uno dei coeditori è Daniel Defert, sociologo, il quale si accorge di qualcosa. Il titolo è Foucault rifiutato, Foucault strumentalizzato. Il riferimento è alla cosiddetta Storia della sessualità.
    Scrive Daniel Defert:

    Quella che noi chiamiamo “sessualità” è un’esperienza attraversata da parte a parte dal politico; è l’esperienza di un dispositivo sociale, medico, psichiatrico, scientifico, legislativo sempre più pregnante.

   In che modo Daniel Defert intende il politico? Questo non è il dispositivo intellettuale, è il dispositivo conformista! E è solo un aspetto dei libri di Michel Foucault, sopra tutto del primo della serie, La volontà di sapere, libro che sarà in parte smentito dagli altri due. La sessualità non è un’esperienza attraversata dal politico.
    La sessualità è la politica del tempo. E il dispositivo sessuale non è dispositivo conformista, ma dispositivo intellettuale.
    Sullo stesso quotidiano, accanto a quello di Daniel Defert, troviamo altri articoli, Il terzo segreto di Fatima, La protesta delle carceri, La mappa del genoma: finalmente, gli umani non moriranno più, non si ammaleranno più, la farmacia sarà tutta preventiva.
    Memento mori. La memoria preventiva, la memoria collettiva, la memoria sociale, la memoria politica, tutto ciò che è negazione della memoria, l’ontologia, costituisce il discorso della memoria.
   Il discorso della memoria insiste sul cervello e sul capo. Persino nell’interrogatorio. In che modo? Non certo nell’interrogatorio garbato e gentile di Paul Ricoeur. Il discorso della memoria insiste nell’interrogatorio, che, durante l’inquisizione, veniva fatto attraverso i tormenti, la tortura. La tortura, a volte, consisteva nel fare schizzare il cervello con una macchina. Fare saltare il cervello. La caccia al cervello. La fuga dei cervelli. Il cervello fino o grosso, o grosse tête.
   Electronic brain, il cervello elettronico. kára diviene kerebrum o cerebrum, kerebellum o cerebellum.
   E ancora: con il proprio cervello, non lasciare arrugginire il cervello. Cerebrum putidius (Orazio): cervello più guasto. Cervello che si guasta. Chi ha il cervello guasto o malato oppure mal di capo, mal di testa, dolore di testa. Un colpo alla testa. Excerebro, scervellare.
   Gli antichi ritenevano anche di mangiare il cervello. Diòs enképhalos, il cervello di Zeus: quando il cibo era veramente squisito. Ennio chiama cerebrum Jovis lo scaro, un pesce: buono come il cervello di Giove. Mangiare il cervello di Dio.
   Essere senza cervello. Adoperare, usare il cervello. Vivere, fare, dire, scrivere con il cervello — come se il cervello fosse un utensile.
   Jeremy Rifkin, autore dei libri L’era dell’accesso, La fine del lavoro e Il secolo biotech, scrive della fine della natura. Ma si dichiara realista, non pessimista; teme l’oligarchia mondiale, fa l’esempio del franchising e ritrova l’opposizione fra localismo e mondialismo nella protesta di Seattle. Poi, s’interroga intorno alla “rivoluzione biologica”. Localismo e mondialismo, però, non si oppongono. Sono complementari. A Seattle. O a Roma. O dovunque si rappresentino.
   Qual è la modernità, oggi, nella rivoluzione telematica? Qual è la direzione? Ciò che appartiene alla memoria non ha nulla da spartire con il dovere del ricordo.
   La modernità viene presentata, rappresentata, pubblicizzata, diffusa, distribuita, attraverso una semiologia, che la nega.
   Quali sono i dispositivi della modernità? Quali sono i dispositivi della memoria? Quali sono i dispositivi della scrittura? In che modo il sogno e la dimenticanza, nell’intervallo tra il sentiero della notte e il sentiero del giorno, non si contrappongono alla memoria, ma costituiscono un suo funzionamento e una sua variazione?
   Il rinascimento è sorto proprio per l’instaurazione del cervello artificiale. La bottega di Leonardo. O la brigata di Machiavelli. Oppure il dispositivo di Ludovico Ariosto. La questione è non già quali siano e come siano distribuiti le nuove o le vecchie professioni, i nuovi o i vecchi ruoli. La modernità viene presentata nei termini del ricordo. Ma la modernità è un contributo della memoria. E non già alla memoria.
   L’epoca del manager è conclusa. Il capitano di ventura dirigeva i mercenari e conduceva la battaglia per conto di un principe. Talvolta, prendeva il posto del principe, dopo avere concluso la battaglia.
    Nell’intervallo, l’imprenditore attiene allo statuto intellettuale dell’impresa. L’imprenditore è emulo del tempo. Imprenditore il tempo.
   Leonardo da Vinci si avvaleva del meccanico tedesco per imbastire i congegni degli spettacoli e per le costruzioni. Talora lamentava la sua autonomia. Ingegnere militare: era questo lo statuto di Leonardo da Vinci presso la corte di Ludovico il Moro. Ingegnere militare. Ovvero ingegnere globale, perché le principali arti e invenzioni erano quelle della guerra. Leonardo ha come dispositivo la bottega. E s’interessa al dispositivo della guerra, al dispositivo intellettuale. Questo è il varco rispetto all’apporto di Niccolò Machiavelli, all’arte e all’invenzione dello stato, all’arte e all’invenzione della politica.
   Entrambi irridono ai mercenari. Ma entrambi, in qualche modo, li utilizzano. Senza delegare. Senza lasciare loro nessuna autonomia. Senza ritenere che, quando le cose sono affidate ai mercenari, la battaglia sarà vinta. Se essa è affidata ai mercenari ritenendo, per questo, che sarà automaticamente vinta e che questo vada da sé, è sicuro che la battaglia sarà persa. Il meccanico tedesco a Roma o il tecnico tedesco a Milano non rendono scontata la conclusione. L’affare o la battaglia non si concludono in maniera automatica. Non si concludono senza la parola. Machiavelli irride anche quei consiglieri che non rischiano nulla e che decidono al posto del capitano, al posto del principe, al posto dell’imprenditore.
   L’imprenditore è lo statuto intellettuale dell’impresa. Non il soggetto. Il soggetto capitano: se è alle spalle, è un ossimoro; se sta dinanzi, è un assurdo. Impossibile che un’impresa possa strutturarsi sull’assurdo. L’impresa si struttura, si costituisce, sulla materia dell’infinito, per la tolleranza dell’Altro. L’intolleranza dell’Altro è uno dei postulati del discorso occidentale. I postulati del discorso occidentale sono pregiudizi. Il pregiudizio fondamentale è l’intolleranza dell’Altro.
   Ghénos, è il segno nella sua tripartizione. La traccia della vita è il modo dell’apertura e la memoria procede dalla traccia. Ghénos: il due e il tre. Il due, da cui procedono le cose. E il tre, secondo cui procedono le cose. Per integrazione.
   Cerebrum il cervello: il cervello della vita, il cervello pulsionale, il cervello come dispositivo intellettuale.
   Avremo modo di verificare che cosa dicono i biologi e quali sono le acquisizioni recenti intorno al cervello. Sarà il caso di studiare anche la cosiddetta mappa del genoma, annunciata con tanto trionfalismo, addirittura dal presidente degli Stati Uniti, facendo salire le azioni delle imprese collegate. Il presidente degli Stati Uniti, come il capo tribù o il grande sacerdote, annuncia le conquiste della scienza e dice che la morte è debellata, perché, ormai, c’è la medicina preventiva, la memoria preventiva. La mappa, però, è la traccia e la memoria. La mappa è l’eredità, non già l’ereditarietà, non già la predestinazione, non già la genealogia. I termini con cui il presidente degli Stati Uniti ha formulato la conquista della mappa del genoma, o mappa dell’uomo, sono i termini della genealogia.
   Kephalé, in greco, diviene caput in latino. In Esiodo kápoutis, poi kephalé e, più tardi, addirittura capus. Pro capite, a testa. Kephalís, capitulum; kephálaios, capitalis; anakephalaíosis, la recapitulatio; en kephalaío, capitulatim.
   Caput era il significante che indicava prima l’intero, poi la parte, poi la testa, poi la sommità — “a capo di” — e poi, la cosa capitale, che, alla fine, è slittata verso la pena (poena capitalis) e verso il capitulanus, il collettore d’imposte. È sempre caput, però. Lo stesso Capitolium, il Campidoglio, o capitellum, a proposito dell’architettura, è caput. Anceps, ancipitis: a due teste. Rammentate l’aquila a due teste. Anceps è anche in dubbio, esitante, oscillante. Anceps sarebbe amphiképhalos, anficefalo. Praeceps, praecipitis: la testa che incombe. Praeceps: prae-caput. Praeceps come aggettivo è con la testa che cade dinanzi, come sostantivo neutro è precipizio o pericolo mortale, che cade davanti. Praecipitium è dell’epoca imperiale e così praecipito. Praecipito è sempre il capo che cade davanti. La parola caput c’è anche in praecipito. La vertigine è anfibologia del capo, della testa, del cervello. Anfibologia dell’animale, dicotomia del cervello o del capo o della testa.
   In che modo dal cervello, come dispositivo intellettuale, noi giungiamo al capitale intellettuale? Dal dispositivo intellettuale al capitale intellettuale, alla cifra della parola.
   Il brainworker è sia il dispositivo intellettuale sia ciascuno che, in quanto statuto intellettuale, ha da divenire capitale intellettuale.
   L’era telematica non è più l’era del capitale fisico, è l’era del capitale intellettuale. Jeremy Rifkin l’ha capito, ma in modo curioso. Nel suo libro, L’era dell’accesso, trovate proclami, apparentemente “apocalittici”, sulla fine del lavoro, sulla fine della natura. Qualcuno avanza anche la fine della storia. Ma non c’è più naturalismo. La natura è mitica. E la natura è rinascimento nel linguaggio.
   L’economia e la finanza sono new, net, web? New economy. Dicendo nuova economia rispetto a vecchia economia, l’economia viene negata. Old economy e new economy. L’economia è dove s’instaura la rete e dove s’instaura la tela. Ma quale rete e quale tela?
   Come funziona la memoria con la rete? Come funziona con la tela? Come si scrive la storia con la rete? Come si scrive con la tela? La rete intellettuale è la rete sintattica, la rete della sintassi. La tela intellettuale è la tela della frase. La rete sintattica e la tela frastica sono la rete e la tela della numerazione.
   Nell’intervallo fra la rete e la tela, fra net e web, s’instaura il tessuto. Il tessuto, il testo e l’ipertesto. Che cos’è l’ipertesto? Il testo non è tale, non è il dato, non è dato, non è la cabala. Sopra tutto, il testo non è dato come tale. Il testo non è in quanto tale. Il testo non è sacrale. Il testo deve il suo tributo al sacro, al dire: a ciò che si dice, a ciò che si fa, a ciò che si scrive. L’ipertesto è il testo, che non ha da essere interrogato per essere spiegato e compreso, codificato, decodificato, regolamentato o significato.
   È un’occasione in più per instaurare la modernità. La modernità: come trovare il modo. Il modo è il modo del due, il modo del tre. Il modo dell’itinerario. Non c’è modernità senza il modo.
   Il cervello artificiale è il dispositivo della poesia, il dispositivo pragmatico. Ci sono altri dispositivi che non sono il cervello artificiale.
   Abbiamo indicato il cervello come dispositivo intellettuale, e il capitale come cifra della parola. Per ciascuno si tratta di divenire capitale: questo asset mai è in vendita. Mai ammortizzabile.
   I bilanci si fanno, si formalizzano e si leggono in molti modi. Oggi, il bilancio incomincia a essere considerato come il programma dell’avvenire. Impossibile basarsi sul bilancio del passato, sul bilancio come commemorazione. Il bilancio non è nulla di tutto ciò. Il bilancio sfocia nella scrittura della memoria. Chi scrive, chi redige il bilancio? Scrive il bilancio chi, nell’impresa, è dispositivo intellettuale, chi si rivolge al capitale intellettuale. Senza capitale intellettuale, il bilancio è un arrangiamento, un accomodamento, un’archiviazione semiologica o, nella migliore delle ipotesi, un’opera di archeologia.

   ROBERTO BANFI Lei ha parlato del capo…

   Per indicare che il cervello è il capitano.

   ROBERTO BANFI Invece, quando si dice: “a capo”, che cosa s’intende?

   “A capo di…” è una delle accezioni di caput. Qualcosa che “non ha né capo né coda” è sempre l’animale fantastico.

   ROBERTO BANFI E “andare a capo” anche rispetto al foglio.

   Nella tipografia: il capoverso, andare a capo. Consideriamo l’enunciato “Come capitalizzare le risorse umane?”. Quelle che vengono chiamate risorse umane sarebbero i sintomi. Oppure: “Come monetizzare il capitale intellettuale?”. “Come iscrivere il capitale all’attivo?”.
   Abbiamo accennato che, nella valutazione dell’impresa, dev’essere tenuto in estrema considerazione questo: la soggettività nega l’impresa, costituisce il freno dell’impresa. L’intera psicologia rappresenta uno sbarramento. La psicologia, la sociologia, l’antropologia, il biologismo sbarrano la strada all’impresa e al suo avvenire. Che cosa non considerano questi signori che scrivono questi libri voluminosi? Non tengono in nessun conto il dispositivo intellettuale. Il vero e proprio capitale intellettuale è la cifra dell’impresa. Soltanto i dispositivi intellettuali dell’impresa possono dire se un’impresa avrà un avvenire. E ciò comporta che ciascuno è non già soggetto, non già soggettività, ma statuto intellettuale. Si può delegare questo al manager? Al consulente? Oppure inscriviamo il consulente e il manager nell’impresa, con tutta la loro soggettività? Sarebbe la rovina dell’impresa. Il tecnico come tale ignora il progetto, ignora il programma. Nonostante presuma di saperlo. Nell’impresa, è questione di scommessa, non già del sapere come causa.

Circolo della Stampa di Milano, 26 giugno 2000