IL
BRAINWORKING DELLA NOSTRA VITA
ALESSANDRA
GUERRA Che cosa occorre fare perché il lavoro del cervello
non si trasformi in lavoro mentale, in mentalità, nella
mentalità della competenza e del settarismo?
PIERLUIGI DEGLIESPOSTI Mercoledì scorso, a
Bologna, c’è stato un incontro intorno al caso FIAT
e alle ripercussioni sull’economia di Bologna, dove ha sede
uno stabilimento della FIAT. Sono intervenuti quattro esperti
a dare una testimonianza e una lettura dei vari aspetti a partire
dal dopo Valletta, dagli anni settanta. La loro analisi è
a posteriori, mentre l’analisi dovrebbe essere rispetto
all’avvenire e non al passato. In queste testimonianze,
si coglieva come, negli anni del dopoguerra, quando la FIAT era
un’azienda importante in Europa, all’interno della
struttura aziendale c’erano coloro che avevano acquisito
una competenza, e si assumevano responsabilità precise.
Il quesito riguarda i cosiddetti quadri intermedi e, estendendo
il ragionamento, il ceto medio. Qual è l’esigenza
di brainworking nei vari dispositivi (commerciali, imprenditoriali,
finanziari, politici) della struttura produttiva e delle varie
strutture civili?
STEFANIA PERSICO Quale può essere il brainworking
per chi fonda la propria vita sulla credenza che lavoro e dispositivo
siano la stessa cosa? A volte, alcuni imprenditori che incontro
mi dicono: “Io mi occupo già di questo, lavoro e
non ho tempo per fare altro”. A me sembra che abbiano l’idea
che il dispositivo sia il lavoro del nome.
ANTONELLA SILVESTRINI Dopo avere parlato, in particolare
nell’Albero di San Vittore, di zero funzionale,
zero variazionale e zero qualunque, non ha più ripreso
la formulazione di zero qualunque. Potrebbe farlo adesso?
ANNA SPADAFORA Nel brainworking della nostra vita,
si tratta di promuovere l’identificazione e il transfert
rispetto all’esperienza della parola originaria?
DOMENICO LAVERMICOCCA Che cosa impedisce, in
certi casi, di prendere la decisione di vivere in direzione della
qualità intellettuale?
MARIELLA SANDRI Nel 1992, Lei aveva concluso il congresso
di San Pietroburgo, Il cielo d’Europa, invitando
le persone a costituire associazioni. All’epoca, non c’era
un’elaborazione esplicita attorno al brainworking, però,
ripensando oggi a quell’invito, sembrava proprio che Lei
ponesse la condizione del brainworking della vita e che l’indicazione
di ciò che si andava enunciando nel 1992 fosse proprio
rispetto alla qualità.
FRANÇOIS KELLER “Brainworking”
rinvia anche a “brainstorming”, che ha a che vedere
con la tempesta. In che misura l’imprenditore attraversa
la tempesta e qual è lo statuto della tempesta nel brainworking?
SIMONE BARISON Leggendo il testo Niccolò
Machiavelli, si può cogliere qualcosa intorno allo
stile del brainworker e, in particolare, della lingua diplomatica
come base dell’astrazione?
È l’astrazione la base della lingua
diplomatica.
CRISTINA FRUA DE ANGELI Ci sono istanti in cui il
cammino da fare e il programma dell’avvenire sono chiarissimi
e bisognerebbe attenervisi, e non tergiversare. La rarefazione
linguistica interviene proprio in questi istanti, facendo sì
che s’intendano le cose essenziali per vivere e per seguire
il programma. Ma bisogna non farsi distrarre da ciò che,
nel quotidiano, può distoglierci dalla lama del tempo,
con il suo filo e con la sua corda.
Quando imperversa la tempesta? Quando l’acqua
si abbatte con forza sulla nave? Oppure nell’ora della lucertola,
per dirla con Mimmo Rotella? Oppure, quando tutto appare calmo
e quieto? O quando sembra che il momento sia venuto per gioire
e nient’altro? Nella Bibbia, noi leggiamo di Noè
e dell’arca e troviamo due aspetti del diluvio: il diluvio
sembra tutto ciò che è supposto fuori della parola,
ma viene affrontato proprio nell’arca e con l’arca.
E emerge pure l’arcobaleno!
Il diluvio che non sia affrontato dall’arca
e con l’arca sorge come contrappasso, quando ci fermiamo.
E noi ci fermiamo sempre rispetto all’intervallo, sospendendo
ciò che è assurdo sospendere: l’occorrenza.
Rispetto all’intervallo, ci localizziamo, non stiamo a considerare
nessuna ipotesi, seguiamo il ricordo, senza la combinatoria: non
facciamo nulla, oppure facciamo come al solito, facciamo ciò
che era stabilito, previsto, contabilizzato che noi facessimo.
Fare come al solito non è fare secondo l’occorrenza,
è fare secondo le modalità del fare, quindi non
raccontiamo, non narriamo, non ragioniamo. È la nostra
chiusura. In questo modo, le circostanze incombono sul nostro
avvenire e, se facciamo qualcosa, seguiamo l’abito, facciamo
tanto per non dire che non stiamo facendo niente.
Forse, dobbiamo mettere in discussione anche
il concetto di palude. Chi sta nella palude? Noi c’impaludiamo,
ogni volta che stiamo a pensarci, a rifletterci, a meditarci,
ogni volta che ci soffermiamo.
Quando abbiamo inaugurato il brainworking?
Il 5 febbraio 1973, con il dispositivo dell’assemblea. L’assemblea
è dispositivo di dibattito, di battaglia, di amministrazione,
di direzione. Senza l’assemblea, ognuno può dire
“la mia vita”, “la tua vita”, “la
sua vita”, predisporne la prevedibilità e la contabilità
e fare le valutazioni intorno al probabile facendo confronti,
paragoni tra la sua vita e la vita del Tale o del Talaltro. Può,
addirittura, credere che su questo bisogna fondare professioni,
mestieri e predisporre burocrazie, funzionariati. In questo modo,
“la mia vita” o “la tua vita” sarebbero
un mondo e un confronto fra mondi, una mondatura. La nostra vita
non è “la mia vita”. La nostra vita: l’infinito
esclude il plurale.
La tempesta, il diluvio, il terremoto. Le onde
della nostra vita sono aritmetiche. Qual è l’intellettualità
della nostra vita? Qual è la direzione? Noi non ci troviamo
nella fase in cui incominciamo a constatare che non è facile.
Ci troviamo nell’istante e anche l’istante procede
dalla disperazione come ironia, come questione aperta, come questione
di vita o di morte. Se noi collochiamo nella palude chi ci sta
dinanzi — per esempio, lo psicotico, come fanno taluni —,
noi arriviamo a porre un limite alla domanda. Noi proviamo con
chi ci sta dinanzi, con chi non ci sta più dinanzi o con
chi non ci sta ancora dinanzi. Ma, se noi diciamo, parodiando
Dante Alighieri, che, nonostante questa prova e questa riprova,
chi sta dinanzi, chi non sta più dinanzi o chi non sta
ancora dinanzi è esente da domanda intellettuale, quali
sono le implicazioni?
La domanda è la pulsione in atto. Lo
stress è la domanda. E la vita risulta aritmetica. La ricerca
e il fare sono già nel gerundio. La nostra vita è
il gerundio. Qual è la nostra domanda? Qual è, oggi,
dinanzi a voi, la mia domanda? Può la domanda non risultare
intellettuale? Quale parola in atto può essere esente dalla
domanda? La domanda intellettuale è ciò che rende
incompatibile l’esperienza inaugurata da Freud con ogni
professione e con ogni funzionariato. Gestire la domanda con il
dialogo vale a sospenderla.
La domanda è la pulsione in atto. La
domanda è intellettuale, è il dispositivo intellettuale
in atto, il dispositivo del transfert, il dispositivo del viaggio.
Perché negare il cosiddetto accesso al transfert, e negare,
in effetti, la domanda intellettuale a chi si trova dinanzi, coinvolto
in un discorso psicotico? Se interviene questa negazione, la mia
domanda, la nostra domanda rimangono intellettuali? Chi non diviene
dispositivo? Chi non diviene interlocutore?
Il discorso nevrotico è l’impossibile
teologia positiva. Il discorso psicotico è l’impossibile
teologia negativa. Discorsi, che si presumono causa. Discorsi,
che definiscono il fantasma materno, l’impossibile idea
dell’oggetto. Quale idea dell’oggetto si frappone
contro la domanda intellettuale e contro l’enunciazione
di un progetto o di un programma? Questa frapposizione ci fa arretrare
dinanzi alla ricerca, che c’indurrebbe al progetto, e dinanzi
alle ipotesi pragmatiche, che c’indurrebbero al programma.
Accettare questa frapposizione ci porterebbe a privilegiare la
routine, a avviare un ritiro, un rigetto del rigetto.
Come acquisire il teorema il n’y a plus
de retraite, non c’è più pensionamento?
Indugiare intorno alla frapposizione ci porterebbe a attendere
una luce, uno spiraglio, oppure addirittura un segno, fino al
segno del destino.
Come instaurare il brainworking, l’intellettualità
della nostra vita? Come stabilire la disposizione alla novità,
sia quella che risalta dalla scrittura della ricerca sia quella
che risalta dalla scrittura delle cose che facciamo secondo l’occorrenza?
In quanto gerundio, la vita è senza zoologia.
Come avviene che noi, con le nostre idee, con
le nostre convinzioni, oscilliamo fra il comico e il tragico,
fra l’euforia e la disforia? Come avviene che ammettiamo
che ci sia anche un solo istante, in cui siamo esenti dalla domanda
intellettuale, esenti da ciò che è assolutamente
particolare e specifico dell’esperienza originaria? Senza
la domanda intellettuale, immaginiamo o crediamo che lo scopo
sia di redigere un contratto, anziché d’instaurare
il dispositivo. Allora, diveniamo osservatori, ci osserviamo,
rappresentiamo i nostri arti, i nostri organi, i muscoli, i nervi,
l’interno, l’esterno. Ci occupiamo del nostro stato
psicofisico. Cerchiamo segni, scrutiamo segnali. Osservando, inseguiamo
significazioni. E su questo stato soggettivo universale si stabilisce
un business mondiale.
La scena non è la psiche. Il cervello
non è lo psichico. Corpo e scena: non c’è
più il somatico, non c’è più lo psichico.
Non soltanto non c’è più la psicosomatica,
ma il corpo non è somatico e la scena non è psichica.
Il corpo è originario, la scena è originaria. Per
ciascun atto, il cervello della nostra vita è da instaurare.
La nostra vita. Quale impronta? Quale impressione?
Quale firma? Come si firma la nostra vita? Come vivere, quando
non sembra proprio che ci sia da vivere, quando non c’è
niente da vivere? Possiamo evitare i sentieri e i bordi del labirinto?
Possiamo evitare che la terra si squarci, possiamo evitare il
terremoto? Qual è la nostra vita? Qual è la vita
da cui è imprescindibile la domanda intellettuale? Possono
prescinderne l’imprenditore, l’avvocato, il medico,
il politico, il banchiere, l’assicuratore? Quale galeotto
e quale recluso psichiatrico possono prescindere dalla domanda
intellettuale?
Che cos’è la domanda di qualità
o di cifra? È il cervello della direzione. Se la domanda
è intellettuale, non è questione di ristrutturare:
a scriversi è una strutturazione incessante. Ciascun tratto
del sentiero o del bordo, del filo o della corda si compie sull’impossibile,
proprio del labirinto, e sul contingente, proprio del giardino.
La vita è irrimediabilmente difficile e impassabilmente
complessa. Come possiamo giungere alla semplicità?
L’arma è il mezzo e lo strumento.
È la medicina. È l’industria. Qual è
l’arma nuova? Se puntiamo al benessere, prepariamo la nostra
rovina. Tutta la nostra attenzione sarà rivolta al malessere
da evitare, dato il privilegio accordato al benessere. Qual è
l’arma nuova? Qual è la novità assoluta?
Il patto segue alla battaglia. Nessun appagamento
e nessuna pace senza il patto. Noi non scartiamo nessuna ipotesi
pragmatica e approfittiamo dell’intervallo e dell’infinito
per fare secondo l’occorrenza. Il dispositivo pragmatico.
Il dispositivo di battaglia. Il dispositivo sessuale. In breve,
Freud ha enunciato che il cervello è dispositivo sessuale,
il dispositivo della riuscita.
Il brainworking è anche la disposizione
alla novità. Come sospendere la superstizione, per esempio,
quella che ci farebbe scegliere fra un male maggiore e un male
minore, fra un vizio maggiore e un vizio minore, fra una pratica
erotica grave e una pratica erotica veniale? Come sospendere la
contabilità della nostra vita e la sua prevedibilità,
la sua probabilità?
Se procediamo dal nodo della vita, dalla traccia
della vita, in altri termini dalla questione di vita o di morte,
dalla questione aperta, la nostra domanda è un dispositivo
aritmetico.
Possono affrontarsi le onde della nostra vita
con l’algebra o con la geometria? Leonardo da Vinci direbbe
che non è consigliabile. Il brainworking della nostra vita
è il dispositivo di allegria. Stipuliamo il patto e non
tergiversiamo più. Non cincischiamo più.
La lama nuova è una lama che mai sarà
brevettata. La lama della nostra nave, la lama della nostra vita.
E nulla è più quotidiano.
Villa
San Carlo Borromeo, 2 novembre 2002