PARADISE
BRAIN
Un
numero recente di un mensile letterario francese ha questo titolo:
L’énigme Machiavel. Questo numero vorrebbe
andare oltre alcuni pregiudizi attorno a Machiavelli. Ma li conferma.
E questo anche a opera di esperti, che partono da un’ideologia,
da una disciplina, da una competenza, per nulla liberi di leggere.
Per esempio, Gérard Sfez intitola il
suo articolo Oltre bene e male. E poi, afferma che l’uso
del termine virtù segna il buon legame del bene e del male
in un’azione. Assurdo.
Hannah Arendt si mostra sorpresa che Machiavelli
non si chieda a che cosa serva la politica. Aristotele se lo chiede,
Platone pure, Machiavelli no. Che cosa risponde Hannah Arendt?
“La politica in se stessa non ha un fine, non è un
mezzo, ma tutto, in politica, si regola su questa massima: il
fine giustifica i mezzi”.
Che il fine giustifichi i mezzi è qualcosa
che non attiene al testo di Machiavelli. La formula fu coniata
nella seconda metà del diciannovesimo secolo e è
calzante con la politica di Aristotele, con la politica improntata
alla logica predicativa.
Nel 1978, Michel Foucault, nel corso tenuto
al Collège de France e intitolato Securité,
territoire, population, afferma che Machiavelli avrebbe un
limite: non è Marx. Ma la politica di Marx è semplicemente
contraddetta dalla politica di Machiavelli, e è l’aggiornamento,
da parte dell’epoca propria all’illuminismo e al romanticismo,
della politica aristotelica, della politica del discorso occidentale,
insomma, della politica non già dell’Altro, non già
del tempo, ma della politica presa nel finalismo, nella finalità
e nell’idealità del bene supremo. Quale discorso
politico non ribadisce che ha il suo fine nel bene supremo, nel
benessere, nel bene comune?
Non manca chi sostiene che Machiavelli anticipi
Clausewitz, che sia un suo precursore. No. Clausewitz si muove
nell’ideologia della termodinamica. S’interessa al
dinamismo della guerra, alla sua animazione, al suo finalismo,
al finalismo della politica.
Che cosa è in ballo con la politica?
Che l’intervallo s’instauri. Che l’infinito
sia contrassegnato da noi, voi, loro. Oppure che la politica sia
il luogo del plurale, sia il luogo del finito, del finibile, del
tempo che finisce e, quindi, della necessità ontologica?
La necessità ontologica detta che il minimo male comune
ultimo è necessario al bene supremo. La confisca dell’infinito
è la confisca di ciò su cui poggia il paradiso naturale,
ossia convenzionale.
Il giardino non spazializza l’intervallo,
non linearizza il tempo né il fare né la scrittura
né la comunicazione.
Perché accostiamo subito il significante
politica a paradiso? Dove si stabilisce la politica? Nel giardino
dell’automa come giardino del tempo. Dimora lì, come
arte e come invenzione, senza fisica e senza metafisica, senza
campo, per quanto questo significante debba alla fisica. Senza
campo. Non c’è un campo freudiano: Freud è
senza campo. Attribuirgli un campo vale a negare il suo testo,
a inscriverlo (per restare nella metafora agricola) nel solco
cartesiano o hegeliano o heideggeriano.
Eppure, bene e male, superno e inferno non
possono essere esclusi. Sono considerati, perché nulla
si concilia. Non formano una dualità, intesa come una doppia
unità, ma il modo stesso del due originario. Come avviene
che l’inferno venga attribuito alla politica? Il testo di
Machiavelli ha, anzitutto, una parte teorematica: dissipare l’inferno
dalla politica. Come viene dissipato? Attraverso la sua analisi,
attraverso la descrizione e la narrazione.
Noi ci troviamo in un’epoca che privilegia
il visibile, il sincronico, in un’epoca che si nutre della
dicotomia bene-male, che fa della relazione un taglio.
Perché mai i commentatori di Dante,
da Francesco De Sanctis a Benedetto Croce, a Luigi Russo fino
a Francesco Flora, a Natalino Sapegno e a tanti altri, hanno privilegiato
l’Inferno? Avevano l’impressione di trovarsi
a casa loro. L’Inferno di Dante si legge alla luce
del Paradiso. L’attuale dell’inferno è
il paradiso e privilegiare alcune storie dell’Inferno,
come quelle di Paolo e Francesca o di Ulisse, in modo romantico
o idealistico, è assurdo, come se il Paradiso
fosse un’ideologia. E c’è chi propone un’economia
totalitaria dell’inferno ben canalizzato, l’ultimo
inferno, cui possa seguire il paradiso come regno del bene.
Il fondamentalismo delle dottrine politiche,
con cui viene governato il mondo, non è l’arte del
governare. Freud diceva che educare, psicanalizzare e governare
sono mestieri impossibili: il labirinto stesso procede dal modo
della relazione, da infernosuperno come modo della relazione che
non fa dicotomia. Dante, nella prima cantica, indica che l’inferno
non è dinanzi e che tutto ciò che può apparire
tragico o comico è sfatato. È la traversata del
labirinto. Sono tre cantiche: il sentiero della notte, il sentiero
del giorno e il filo del crepuscolo.
Ciò che noi facciamo non può
prescindere dall’idea del paradiso, da quanto opera affinché
ciò che facciamo si scriva, dall’idea come operatore
pragmatico, operatore affinché le cose che si fanno si
scrivano e si concludano. Ci vuole pazienza? No. Passione? Tanto
meno. Pathos? Neanche. Sono queste le varie modalità dell’animale
fantastico anfibologico e delle dicotomie applicate alle cose,
alle persone, alle azioni.
Chi assume la sostanza ha un’idea del
paradiso che è l’idea stessa di morte, l’idea
di una padronanza assoluta. Chi assume la sostanza è padrone
di morire. Nel discorso occidentale è definito libero chi
è padrone di morire; si aiuta, si fa aiutare, aiuta altri.
L’intesa, la comprensione, la buona intesa sono assolutamente
inaccettabili. La dicotomia dominatore-dominato rientra nell’animale
anfibologico.
Chi ha creato la droga? Chi ha creato la morte
come sostanza? Chi ha stabilito che si può assumere la
morte e ogni negatività e che l’infernale debba stare
davanti e essere assunto? La droga è anfibologica. E il
farmaco? Anche il farmaco procede dal due. Quella che è
stata chiamata droga, la peste, quella che porta alle epidemie
è stata attribuita sempre a coloro che dovevano essere
giustificati, inquadrati, che dovevano entrare nella rappresentazione
dell’Altro. Una rappresentazione negativa contro una rappresentazione
positiva: noi e gli altri. La dissidenza è stata sempre
attribuita all’Altro.
Ecco un’enunciazione, propria al discorso
paranoico: “Il padre è l’Altro. L’Altro
non deve avere soddisfazione”. Se io sono in procinto di
avere una conversazione e ho il sospetto che il mio interlocutore
abbia soddisfazione, avanzo il mio vittimismo, la mia denuncia,
la mia rivendicazione, il mio lamento di esistere. Mi lamento
di “esistere”. L’esistenza va messa tra virgolette,
perché nessuno è là dove è atteso
e l’evento è un effetto, nella sembianza, dell’anatomia
e, nel linguaggio, del tempo.
Questo è un modo per sottrarre il paradiso
non solo alla soggettività, ma anche all’antropomorfismo.
Nessuna humanitas può instaurarsi se non nel paradiso.
L’humus è proprio del paradiso. Il terreno
dell’Altro è del giardino. Il giardiniere è
il tempo. Il giardiniere come statuto intellettuale è il
cervello.
Quale impresa noi possiamo stabilire senza
questo giardino? E senza questo giardiniere? Il cervello del paradiso
diviene il cervello dell’impresa, quindi il cervello della
finanza, il cervello della comunicazione indiretta, della telecomunicazione,
della comunicazione, che si attua con la scrittura delle cose
che si fanno. Soltanto se la parola è originaria, soltanto
se il fare sta nella parola, soltanto se il fare si scrive nella
parola, la comunicazione non c’entra nulla né con
il minimo comune male né con il bene comune. Il bene comune
è ideale. Stabilito dal discorso come causa. Noi non mettiamo
insieme il cristianesimo e il discorso occidentale. Non assumiamo
l’ebraismo e il cristianesimo nel fondamentalismo ateniese,
vero trionfo del paganesimo.
Noi non opponiamo l’islamismo all’ebraismo.
La Bibbia è libro vivente. È il libro: ciò
che della memoria si scrive. Ma dove la memoria si esercita? Nel
labirinto e nel paradiso. La memoria è in atto. Le cose
si rivolgono alla cifra, e non già al bene supremo. Se
noi stabiliamo il bene supremo, noi abbiamo già stabilito
la negazione della vita, la negazione della parola originaria,
abbiamo già cancellato la memoria, abbiamo impedito che
possa divenire arte e invenzione e scriversi.
Il papiro, la pietra, la carta, il computer,
il video, internet: il libro non è vincolato all’utensile;
non sta dove c’è l’utensile. Il libro sta nella
parola. Possiamo dire che questa è una lezione dell’ebraismo,
del cristianesimo, dell’islamismo o del cattolicesimo? Questa
è una lezione del secondo rinascimento.
Il paradiso è artificiale. Ma chi intende
l’artificio? Baudelaire o Giambattista Vico? Baudelaire
è un poeta. Noi possiamo leggerlo e restituire il suo testo.
Ma c’è un modo gnostico di leggerlo, che nulla intende,
che lo comprende in modo romantico e crede che sia il poeta del
bene e del male, della morte e della vita, della droga e della
salvezza. Per Giambattista Vico importa il fare. Il paradiso è
artificiale, poetico, proprio della poesia, cioè dell’arte
del fare e della cultura del fare. Paradiso intellettuale.
Noi siamo tanto abituati alle tassonomie proprie
alle varie discipline e alle varie logìe, per cui ogni
volta che diciamo intellettuale subito crediamo che sia concettuale.
Non c’è più concetto: questo è uno
dei teoremi della parola originaria. Non c’è più
presa sulla parola.
Il cervello procede dal due e secondo ciascuna
delle altre quattro logiche. La dimensione non è spaziale.
In assenza di sistema, lo spazio è apertura e taglio. Come
avviene la confisca del paradiso? Attraverso l’algebra e
attraverso la geometria, che spazializzano l’intervallo.
Senza il paradiso e senza la politica non s’instaura la
finanza. La finanza è la base della fiscalità. Qual
è il paniere? Qual è il fisco senza antologia, senza
la negazione del tempo?
Villa
San Carlo Borromeo, 21 aprile 2001