IN
MATERIA DI FINANZA
MARIELLA
BORRACCINO Non c’è nessuna clinica senza il programma
e la scrittura finanziaria. Questa è la novità che
Lei ha introdotto e che io ho constatato nell’esperienza
dell’associazione. Sottolineata, in vario modo, anche dall’esigenza
dell’impresa.
Occorre assumere per intero il programma nella
nostra impresa in ciascun aspetto, sia per le novità sia
per gli aspetti istituzionali sia per l’avvenire della città
sia per l’avvenire di ciascuno, che si avvicini alla nostra
associazione. Nel programma dell’associazione sempre più
si precisa la finanza come istanza di conclusione.
ANTONELLA SILVESTRINI Anzitutto, è necessaria
un’elaborazione intorno alla materia. Solo in questo modo,
la finanza è istanza di conclusione in ciascuna cosa che
si fa. E solo in questo modo, può esserci un approccio
anche ai dispositivi finanziari.
PIERLUIGI DEGLIESPOSTI La questione che mi
sto ponendo in materia di finanza è come la nostra esperienza,
con i vari dispositivi che occorre avviare, riguardi l’itinerario
di ciascuno e abbia un’incidenza rispetto alla città,
all’Europa e al pianeta e come, poi, questa materia intellettuale
costituisca il cervello, perché il cervello non è
un organo.
CRISTINA FRUA DE ANGELI Che differenza c’è
fra una finanza che si basa sul discorso occidentale e sull’idea
che il tempo finisca, e una finanza, che nella parola originaria
poggia sul tempo che non finisce?
A me pare di essere giunta a elaborare qualcosa
intorno all’economia attraverso la costituzione delle varie
società e di essermi accostata alla questione della finanza
e, forse, alla materia della finanza, solo in seguito all’elaborazione
del mito della madre, con la conseguente dissipazione della rappresentazione
dell’Altro in nemico e in amico. Mi pare indispensabile
che l’elaborazione in materia di finanza comporti una traversata
del discorso paranoico.
ENZO CELANT Ogni piano finanziario nelle aziende
è deciso sulla base del cosiddetto breaking point, quel
discrimine temporale al di qua del quale c’è il profitto
e oltre il quale c’è la perdita (o viceversa). Per
ciò, un piano finanziario viene approvato, quando questa
linea è considerata sopportabile o accettabile.
Accettabile, più che sopportabile.
ENZO CELANT Più che sopportabile, sostenibile.
Nel villaggio innatale, l’economia e la finanza
attengono, perché attenevano, all’intellettualità.
Il villaggio innatale non è globale, nell’accezione
di Herbert McLuhan. Il villaggio innatale è già
intellettuale. Chi, in questo villaggio, è protagonista?
In che modo l’itinerario intellettuale è un itinerario,
che, nella prova di realtà e nella prova di verità,
riscontra l’economia e la finanza?
Chi è protagonista? Non già il
soggetto, sarebbe, allora, il protagonismo di un villaggio naturale.
Il protagonismo impera, regna, domina o presume d’imperare,
di regnare, di dominare con il naturalismo del villaggio, dove
sia possibile stare bene o stare male e dove sia naturale chiedere:
“Come stai?”. Noi non possiamo attribuire al “Come
stai?” la funzione fatica formulata da Roman Jakobson. “Come
stai?”: è già la rappresentazione dell’Altro.
Chi è protagonista? Nel discorso inquisitorio, che è
il discorso occidentale, il protagonista è anfibologico:
e così, ancora una volta, il due viene attribuito all’Altro.
Chi è il protagonista in un cerimoniale
natalizio o di Capodanno, quello con i familiari o con gli amici?
Chi è il protagonista nella spazializzazione dell’intervallo,
che nella società chiamata consumistica — e è
chiamata consumistica sul modello protestante — è
data dalla vacanza? 514 Chi è protagonista, in effetti,
nella parola cui il villaggio appartiene? Ciascuno. Non ognuno,
non chiunque. Né tu né io né lui né
l’Altro. L’Altro non è protagonista.
Questa esperienza, come esperienza originaria,
si è inaugurata nel 1973 con epoché. L’epochè
come apertura originaria non era la sospensione. La sospensione
è un teorema che procede dall’epochè, dall’apertura
originaria. Questa sospensione era la sospensione della spazializzazione
dell’intervallo nel week-end e nella vacanza. Era la sospensione
della distinzione fra il feriale e il festivo, che appartiene
a quel discorso che Platone chiama il discorso della festa, della
eorté. La eorté, la festa, è
il luogo della funzionalità della morte rispetto all’economia
del discorso. Il cerimoniale parentale, familiare o con gli amici,
sta in questo luogo. Chi non lo ha inteso, dall’atto inaugurale
del 5 febbraio 1973, di questa esperienza non ha capito e non
ha inteso nulla, ovvero ha compreso tutto.
Quando chi si rivolgeva a lui era assente da
una seduta, Freud diceva che c’era qualcosa di pagano, ovvero
una rappresentazione, una rappresentazione di cose e di parole,
di ciò che per la Bibbia non si rappresenta. L’intera
clinica di Freud non è una psicopatologia, che appartiene
invece all’ideologia del diciannovesimo secolo. Essa s’indirizza
a chi descrive le cose in termini di psicopatologia. Che cosa
propone questa ideologia? Propone la rappresentazione delle immagini,
delle cose, delle parole, della terra, della materia. L’atto
clinico di Freud è un atto ebraico e cattolico, lontano
dal paganesimo delle rappresentazioni. Dire “città
di clinica psicanalitica” trae questo teorema verso la città.
Ma “non c’è più rappresentazione”
veniva indicato come teorema rispetto all’economia e alla
finanza già il 5 febbraio 1973.
L’essenziale si è giocato sia
dal 1973 al 1978 sia dopo, con altri gesti, con altri atti. Anzitutto,
il Natale 1984: una grande sala, una tavola, un quaderno per ciascuno.
E il brindisi, che è stato pubblicato in “Spirali”.
Poi, il Capodanno. E ciascuno interviene. Ecco il Natale dell’anno
successivo, ecco il Capodanno dell’anno successivo: incominciano
i defilanti, tutti coloro che, nell’indifferenza in materia
di finanza, si fanno soggetti della paura, del terrore, dello
spavento o del panico.
Il seguito è oggi: Natale 2001, Capodanno
2002. Ognuno, come protagonista, è nelle ragioni familiari,
è nella spazializzazione dell’intervallo, è
nel villaggio naturale. È naturale che abbia ragioni familiari,
che ceda sul familiare, sull’essenziale, sulla parola, sul
dispositivo di parola, sul dispositivo finanziario, sul simbolico.
Il familiare, il naturale, non è il simbolico. È
antropologico, psicologico, sociologico. È comprensibile.
È normale. Niccolò Machiavelli definisce pazzo tutto
ciò che è normale ovvero esente dalla parola in
atto, dalla parola originaria.
Lo studium non c’è più;
l’islam, come studium, non c’è più;
lo zen, come studium, non c’è più;
l’abbandono, come abbandono transitivo a Dio agente, non
c’è più. Se Dio agisce, avviene quello che
scrive Platone: non sarebbero il poeta, l’artista, il musicista,
il pittore, lo scultore a agire, ma sarebbe Dio a agire, in quanto
li possiederebbe. Questa dottrina, così lampante nell’islamismo,
è chiarissima, luminosissima in Platone e è ancora
più rischiarata in Aristotele e nelle sue reviviscenze,
come reazione alla modernità, nella filosofia della riforma
e nella filosofia romantica.
Protagonista è ciascuno, ciascuno che
divenga dispositivo di parola. “Protagonista”: non
agente né al servizio della gente né automatico
rispetto alla gente. L’automaticismo è una caratteristica
dell’indifferenza in materia di finanza. E l’indifferenza
che spazializza l’intervallo è la suprema indifferenza.
È così che incomincia la confisca dell’infinito
da parte del discorso occidentale (in cui si ritrova pienamente
l’islamismo), fino a erigere un sistema sulla base di questa
paura: il sistema occidentale. Poi, vari gruppi si sono suddivisi
l’impero, ma era sempre quello che veniva dalla Mecca. Era
sempre l’idea dell’impero. Era sempre l’impero
occidentale. Perché mai impadronirsi della seconda Roma?
La seconda Roma doveva essere islamica. E allora bisognava portare
la terza Roma a Mosca. La terza Roma doveva restare cristiana
e la religione ortodossa un baluardo contro l’islamismo,
contro chi pretendeva, con questa idea dell’impero, d’impadronirsi
della seconda Roma. E, di fatto, l’impero ottomano se n’era
impadronito.
Il mondo così epurato, purgato, messo
a nudo è già il mondo della finanza. Il mondo della
finanza senza la sua materia. Senza la materia intellettuale.
Senza la materia della parola. Senza la materia dell’affaire,
che diviene materia della finanza. La materia dell’affaire,
la materia del business, non è il business plan. Non è
il piano del business. Non si può mettere in piano il business.
Mettere in piano il business, mettere in piano l’industria
(il piano industriale), mettere in piano la finanza (il piano
finanziario) è, ancora, trarre i corollari di questa confisca
dell’infinito attuale, la confisca dei soldi. I soldi, noi,
voi, loro e il pubblico: marche e indici dell’infinito attuale.
Come possono procedere l’economia e la
finanza senza Gerusalemme? Come possono instaurarsi l’economia
e la finanza senza la questione intellettuale? L’economia
e la finanza rientrerebbero nella massa critica, nella massa inerte
e amorfa e, quindi, poi critica. Dalla massa inerte e amorfa dipende
l’economia della variabile (delle arti) e l’economia
della cultura, del percorso, della formazione. L’arte e
l’invenzione, la terapia e la formazione poggiano sulla
materia intellettuale, e non sulla materia inerte e amorfa, che,
nel discorso occidentale, viene portata dalla fisica fino a oggi.
Questa materia non è né fisica né metafisica:
è una dimensione della parola.
L’indifferenza in materia di finanza
è l’indifferenza in materia intellettuale, in materia
di parola, in materia di differenza sessuale e in materia di clinica.
Dobbiamo ancora vincolare la società a questa indifferenza?
Dobbiamo radicare la società nel villaggio naturale?
Questo non è il mio villaggio: non lo
era, non lo è, non lo sarà. Il mio villaggio è
innatale. È un villaggio dove mai sono nato. Eppure nascevo.
La materia della parola è senza soggettività.
Così, la materia dell’affaire. Il business è
l’affaire, è il fare che esige la finanza per scriversi.
Ma, per scriversi, interviene lo spirito. Lo spirito non interviene
con il simbolo o con la lettera. Interviene, affinché l’affaire
si scriva e si diriga verso la cifra, verso l’intersezione
fra il simbolo e la lettera.
Nessuna scrittura pragmatica senza finanza.
Ma la stessa finanza, per giungere alla scrittura, ha bisogno
della lingua. E prima ancora, con l’affaire, la scommessa.
La scommessa è una proprietà dell’affaire.
Proprietà dell’impresa e scommessa finanziaria. Scommessa
clinica. Scommessa di cifra. Nessuna scienza dell’economia.
Nessuna scienza della finanza. Soltanto: la scienza della parola,
della parola originaria. Dove l’economia e la finanza sono
alibi, cioè altrove. L’economia come altrove della
sintassi e della frase. E la finanza come altrove dell’affaire,
del pragma.
Il purismo finanziario colpisce l’indicazione
temporale: niente più madre, niente più Altro, niente
più morte come indice della differenza sessuale, niente
più differenza che non sia rappresentabile, sormontabile,
niente più varietà che non sia mediabile, che non
sia convertibile nella variabile, in un’arte destinata a
morire. C’è l’idea che l’arte possa morire
o che sia già morta. Alcune avanguardie sorgono con l’idea
che l’arte sia già morta e credono di occuparsi di
qualcosa traendo le conseguenze di questa morte. Con il purismo,
niente più madre: nessun malinteso. E l’Altro è
attribuito al due e rappresentabile nell’amico e nel nemico.
Niente più odio, che non sia transitivo, coniugabile, che
non sia attribuibile al soggetto o alla relazione. L’odio
fra due, ecco il colmo dell’abolizione dell’intervallo
e della confisca dell’infinito.
È patetica l’idea della terra
come prigione, in cui saremmo caduti, paracadutati, o catapultati.
Se la terra è prigione, niente intervallo, niente finanza,
niente infinito attuale. Tutto è potenziale. E allora,
“Vediamo quali sono le potenzialità dell’impresa,
le potenzialità dei soggetti, quali sono i soggetti del
campo in azione e quali sono le loro potenzialità. Esaminiamole,
perché lo sviluppo del gruppo o dell’azienda dipende
dallo sviluppo delle potenzialità delle risorse umane”.
Come sono umane, soggette alla funzione di morte, queste risorse!
C’è anche un altro purismo. Abbiamo
detto che il purismo colpisce la madre, l’Altro e la differenza,
l’ospite (l’Altro). La conseguenza è il pregiudizio.
Per noi, è facile dire che tutti gli avvocati sono ottusi,
che tutti i medici sono ottusi, che tutti i giudici sono ottusi,
che tutti gli amministratori pubblici sono ottusi. Oppure: “Come
faccio io a parlare con chi ha un pregiudizio?”. E ancora:
“Mi trovo davanti a un pregiudizio radicato, come posso
parlare, io?”. Così, l’Altro avrebbe il pregiudizio
e io sarei senza pregiudizio. Io-Altro è già l’animale
anfibologico: io mi rappresento nell’Altro sotto l’idea
di bene e rappresento l’Altro sotto l’idea di male.
Il pregiudizio rappresenta l’Altro o l’altra oppure
l’altra donna come malefici. La strega o la madre. Io ho,
dalla mia parte, il buono materno, la padronanza materna, io sono
il buon padrone o la buona padrona e l’Altro, invece, la
strega o lo stregone o il malefico. Una volta attribuito all’Altro
il pregiudizio, come posso io intervenire? Con quale lingua? Con
la mia propria lingua no, perché, come diceva Leonardo,
vado alla zuffa con l’Altro.
L’interlocutore non è mai l’Altro.
Il protagonista è ciascuno, ciascuno che divenga dispositivo
e, quindi, statuto intellettuale. Uno psicanalista senza statuto
intellettuale è il migliore che si possa trovare, per instaurare
con lui un compromesso fantasmatico. A seconda dei discorsi con
cui avviene, questo compromesso può chiamarsi compromesso
degli imbecilli, compromesso dei cretini, compromesso degli stupidi.
Di solito, è così che si arrangiano i matrimoni.
I matrimoni nel villaggio naturale, non già nel villaggio
innatìo, innaturale, innatale. Che cos’è il
villaggio innatale? Il villaggio in cui io non sono mai nato.
Scrivevamo nel Giardino dell’automa:
“Il programma va registrato all’attivo della finanza”.
Come può enunciarsi un programma con l’indifferenza
in materia di finanza? Il programma di vita, il programma intellettuale,
il programma, che tragga a un profitto di vita: ecco il programma
finanziario.
La società conformista fa del denaro
il sistema genealogico delle forme economiche e finanziarie e
pertanto anche degli arrangiamenti monetari, degli accomodamenti
finanziari, insomma del mondo dove l’apparenza ha il valore
dell’essere. Il discorso occidentale è impegnato
a fare in modo che l’apparenza abbia il valore dell’essere
e che sia trasparenza. Questa è la trasparenza: la trasparenza
è l’apparenza, che ha il valore dell’essere.
La trasparenza non è stata creata a Milano, con il processo
della Colonna infame a Gian Giacomo Mora e a Guglielmo Piazza,
e nemmeno a Roma, con il processo a Beatrice Cenci, uno dei successi
romani del seicento. I successi erano i fatti. E
i fatti erano fatti giudiziari, la restituzione del fare (dell’affaire)
nel fatto giudiziario. La negazione dell’affaire della parola
diventa il fatto giudiziario. Per esempio, quello di Roma, in
una Roma pontificale. Il discorso occidentale ha regnato anche
attraverso il cristianesimo, epurando il cristianesimo dalla questione
ebraica, dalla questione intellettuale, dalla questione della
nominazione.
Taluni dicono: “Non ce ne frega niente
del monoteismo e di Dio”. È il modo per dire che
Dio agisce. Anche se noi pensiamo o crediamo di agire è
la stessa cosa di dire che Dio agisce, anziché operare.
Il monoteismo non è teismo, non è monismo, ma è
Dio come operatore. E Dio opera affinché la ricerca si
scriva, affinché l’altrove, che è l’economia,
giunga a scrittura e affinché l’altrove, che è
la finanza, giunga a scrittura. Nel primo caso, attraverso la
lingua di Babele; nel secondo caso, attraverso la lingua della
Pentecoste. La lingua di Babele non è la propria lingua,
è la lingua che procede dalla diagonale. La torre è
la diagonale. Già Aristotele notava che la diagonale e
il lato sono incommensurabili, e diceva pure che dell’atomo
non c’è scienza.
Così, Hjelmslev asserisce che la glossematica
ha un limite e non può occuparsi del senso e della materia,
pertanto che come scienza non può occuparsi della materia.
Che cosa dice? Che la glossematica è l’ontologia
di Platone, arrivata a Copenaghen. Ci ha messo un po’, ma
finalmente è arrivata: attraverso Giulio Cesare, generali,
cardinali, pontefici e altre strade, finalmente è arrivata
a Copenaghen.
Il cervello dell’affaire (business
brain), il cervello dell’impresa, il cervello della
finanza (finance brain), il cervello della scrittura
(writing brain). Il discorso paranoico è interessante
solo se è considerato come ipotesi per la clinica, e non
se viene inteso nel modo della psicopatologia o della nosologia.
Solo se è un fantasma che, nel preambolo, non è
più materno e che, come fantasma, trae verso il dispositivo
finanziario.
Noi dicevamo… Totò avrebbe detto
“dissimo”. Egli era geniale, non era automatico, aveva
appena un canovaccio e inventava. Bisognerebbe considerare Totò
come intellettuale, oltre il comico e oltre il tragico. Con lo
statuto intellettuale non c’è più comico e
non c’è più tragico. Noi dicevamo che la clinica
si fonda sull’occorrenza e sulla finanza. Il business va
sottratto all’ontologia, va sottratto alla confisca dell’infinito
attuale. Come possono instaurarsi l’affaire, l’impresa,
la città con l’idea di vittima? Se la terra è
prigione, gli umani sono tutti vittime, tutti malati, tutti potenzialmente
criminali, tutti da aggiustare, da accomodare, da raddrizzare,
da correggere. Devono tutti sottostare alla logica predicativa
e, per conquistare l’immortalità, devono tutti rispondere
correttamente alla promessa di felicità.
Il romanzo storico si scrive. E il romanzo
politico si scrive: l’automatismo, per via finanziaria e
per intervento dell’idea della voce, giunge alla scrittura.
Questo automatismo viene tolto, quando l’automa è
creduto un congegno per la mnemotecnica e per la mnemomacchina,
un congegno per misurare e per risparmiare il tempo. Il tempo,
che è la dimora della finanza.
Insistiamo a dire che l’intervallo non
è reale. Così, neppure il racconto, neppure il business,
neppure la finanza. Neppure il tempo è reale. Soltanto
nell’estrema rappresentazione del discorso paranoico, il
tempo è reale: contro questa estrema rappresentazione,
il tumore. Il tempo è reale anche nell’estrema rappresentazione
del discorso schizofrenico: contro questa estrema rappresentazione,
l’Aids.
Voi capite perché il discorso occidentale,
che propugna il mondo della finanza, abbia tolto di mezzo le donne
rispetto all’economia e rispetto alla finanza. Oggi, noi
c’impressioniamo del velo, del burka, degli islamici, che
tengono le donne in casa. Dove sono state tenute le donne prima,
in Europa? Fuori casa? Sì, quelle del bordello, l’altra
casa. Giustificata anche da sant’Agostino: perché
la città non sia tutta un bordello.
Le donne e l’economia. Le donne e la
finanza. Le donne e l’enigmatica. Eppure, c’è
qualche mito: Maria, le donne della Bibbia, il filo d’Arianna
a Creta. C’era qualcosa, da qualche parte. Specialmente
Maria. Il filo di Arianna è agli antipodi della mitologia
delle Parche. Non sta nel labirinto. Il filo e anche la corda
stanno nell’intervallo. Sono il filo e la corda del tempo.
Il contributo essenziale di Freud alla finanza
è avvenuto con la coniazione del significante “sessualità”.
Egli ha intuito che, lì, c’era qualcosa, che il business
vero e proprio stava lì, che la politica propria al business
stava lì, nella sessualità, e che la base della
finanza era nella sessualità. L’ha intuito Freud,
l’ebreo. Marx parla ancora di Geld, convertibile,
in italiano, sia con denaro sia con moneta. Ma denaro non è
moneta. La moneta procede dal denaro. La moneta: il colore dello
specchio, il colore dello sguardo, il colore della voce. La moneta
non sono i soldi, e procede dal denaro. L’equivalente generale
dei valori di scambio non è la moneta. L’equivalenza
è equivoco. Dire “equivalente generale” significa
dire che l’equivoco appartiene al monologo. In ogni caso,
non è mai la moneta, colore, condizione dell’itinerario.
Il colore. Ovvero: lo specchio non è speculare, lo sguardo
esclude il visivo, sicché non c’è bisogno
di servirsi di gingilli contro il malocchio come corni, cornetti
e falloforie varie.
Protagonista, dunque, è ciascuno che
sia senza soggettività e senza protagonismo, senza rappresentazione,
senza paganesimo. Il paganesimo viene dissipato nel preambolo,
nell’analisi. Questa è l’analisi che Freud
ha inventato, distante dal paganesimo, dal discorso della morte.
Era e è difficile. L’occorrenza non ignora il difficile.
Occorrenza, nonostante il difficile. Nessuna occorrenza senza
il difficile, nessuna occorrenza con la facoltà. Spazializzando
e abolendo l’intervallo, la castrazione e la mancanza diventano
pragmatiche, tanto da continuare a chiederci che cosa manchi.
La mancanza manca a se stessa. La mancanza è l’abbondanza.
La mancanza non è ontologica, è una proprietà
della resistenza originaria, cioè della funzione di uno,
dell’uno che si divide da se stesso, anziché dividersi
in due. Mao ha capito che Marx si basa su Atene, dice di comprendere
Stalin e che cosa afferma nel primo principio del suo Libretto
rosso? Afferma che l’uno si divide in due. Per ciò
è pronto a rifondare l’impero sull’idea di
Roma. Ma Roma è stata fondata sull’idea di Alessandro?
Machiavelli dice che Roma è città etrusca.
1978: non c’è più l’idea
dell’impero. 1978: dal principio del due procede il singolare
triale, procede il terzo millennio.
ANTONELLA SILVESTRINI È per questo motivo
che ha pensato a Pechino per il congresso internazionale?
C’erano New York, Roma, Tokio e, poi,
alcune città come Stoccolma, Vienna, Cracovia, Il Cairo.
L’ipotesi del congresso al Cairo, dal titolo Il monoteismo,
era antica, già dal congresso di New York. Pechino veniva
dopo Il Cairo. Le scommesse bisogna mantenerle, perché
è la parola che occorre mantenere. Siccome la scommessa
non è una promessa, è una scommessa finanziaria,
una scommessa clinica, una scommessa di verità e di riso,
una scommessa di qualità, va mantenuta. Una nostra delegazione
era partita per Pechino il 27 giugno del 1985. Non sono andato
con quella delegazione. Ma, ciò per cui non sono andato
non è stato contro la finanza: tutto quanto è seguito
giova al messaggio. E l’era in cui entriamo adesso è
l’era del messaggio, per quanto attiene a questo itinerario.
ELENA LANZARINI Qual è la ragione che
tiene le donne lontano dai tavoli in cui si discute di economia
e di finanza?
È una domanda intorno al modo in cui
viene immaginata la tavola. Non già la tavola di Mosè.
Ma la tavola a Atene. Lévi-Strauss ne fornisce una descrizione,
che egli crede attribuibile a ogni tribù. Questa tavola
è verticale, nell’accezione che è un sistema:
compie l’economia della linea, che deve, poi, diventare
cerchio. La donna è intesa come supporto di questo sistema,
oppure merce. Sfugge a questo discorso, e anche a Lévi-Strauss,
che la struttura della merce è la struttura dell’equivoco
e che, per l’equivoco, c’è un’altra accezione
di donna. Essenziale all’equivoco è la funzione di
nome e l’anonimato del nome è indicato dalla donna,
come l’innominabile del nome è indicato dal padre.
La ragione che esclude le donne è la
ragione sull’Altro. È la ragione contro l’Altro.
È la ragione sulla madre. È la ragione sulla differenza.
Perché è stata impiantata questa ragione che non
è ragione temporale, non è ragione dell’Altro?
Per paura. Il principio della paura è il principio di morte.
FRANCESCA BRUNI I cosiddetti parenti non coincidono
con i familiari. Non so se “parenti” sia la parola
precisa, ma non è detto che siano i familiari. Tra l’altro,
Lei ha detto come Freud sottolineasse certi ritualismi come rituali
pagani. Però, Freud non trascurava la famiglia e, comunque,
nell’ebraismo la famiglia è importante. E anche il
rito è importante e comporta che non ci sia familiarismo.
È presto detto. Nel Vangelo c’è
qualcosa di curioso: c’è chi fa il notaio, c’è
chi fa il pescatore, ci sono coloro che fanno i mestieri, le professioni,
che tengono famiglia, tutti coloro che stanno accampati da qualche
parte e che sarebbero votati a osservare la nobile menzogna di
Platone, perché appartengono alla casta, al gruppo, alla
genealogia, al sistema. Se Pietro avesse risposto che voleva continuare
a pescare, avrebbe proseguito a pescare. Il Vangelo racconta di
un appello che è stato accolto. Altrimenti, il dispositivo
non si sarebbe instaurato. Anche se Pietro, poi, ha avuto paura.
Noi procediamo dalla famiglia. Ciascuno, che
diviene dispositivo intellettuale, procede dalla famiglia come
traccia, come modo dell’apertura originaria.
Villa
San Carlo Borromeo, 29 dicembre 2001